MUSEO NATURALISTICO DIDATTICO
Il Museo si trova nelle scuole elementari di Asiago, in viale delle Vittoria, a pochi minuti dal centro cittadino. Accessibile a disabili.
Le potenzialità di questo Museo costituiscono le migliori premesse per formare ad Asiago un centro di cultura naturalistica in cui si fondano le funzioni della ricerca scientifica, della didattica ed informazione; il Museo si propone come polo naturalistico-didattico che mantenga vivo nella popolazione l’interesse per i fatti della natura, e non solo in ambito locale. Il Museo, nell’accezione più attuale del termine, svolge i suoi compiti di educazione permanente con una informazione rigorosa, ottenuta anche mediante la realizzazione di sale di esposizione innovative e la attivazione di attività che affrontino le problematiche di attualità naturalistica (incontri con il pubblico, seminari, work-shop di divulgazione). Questa attività di educazione permanente, finalizzata alla creazione ed al mantenimento di una corretta coscienza naturalistica ed ambientale, è oggi un imperativo categorico in ogni paese di elevato livello culturale ed è proprio in questo senso che il Museo si muove.
La
ricerca di base e applicata si sta sviluppando in aree che riguardano vari
aspetti della biologia e dell’ecologia. Sulla base delle attività finora
svolte, gli interessi scientifici sono stati rivolti prevalentemente a queste
tematiche:
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Faunistica (in particolare sistematica
e biometria) | |
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Ecologia animale (in particolare
alimentazione dei rapaci e di alcuni passeriformi) |
Le collezioni del Museo, in parte esposte nei diorami, costituiscono con il loro carico di contenuto informativo, un banca dati di enorme valore a disposizione di chiunque voglia intraprendere studi sulla fauna o programmare interventi sul territorio.
Il
Museo in cifre:
2 sale espositive, 5 ambienti prealpini, 8 espositori tematici, 1 aula didattica
di educazione ambientale, 1 sala proiezioni, 150 scolaresche, 5000 presenze
annue.
Le esposizioni
Il
bosco misto è l’ambiente vegetazionale del piano submontano. Nel territorio
altopianese, l’origine di queste tipologie forestali risale a 3000 anni fa,
quando l’innalzamento delle temperature medie e l’aumento delle
precipitazioni favorirono l’insediamento di latifoglie nella fascia
pedemontana, fino agli 800 metri circa di altitudine. Il bosco misto a
latifoglie si accompagna alla siepe campestre, una struttura vegetale
caratterizzata da specie arbustive o arboree come ad esempio l’Acero
campestre, il Nocciolo, il Pero corvino, il Crespino, la Rosa di macchia e il
Rovo, il Biancospino, e poi il Lantana e l’Evonimo, il Maggiociondolo, il
Ciliegio, il Pallone di maggio, il Caprifoglio peloso, l’Orniello. La siepe a
volte costituisce l’ambiente di transizione tra il bosco e il prato. In questo
caso, rappresenta la soluzione di continuità destinata a delimitare in modo
naturale i confini di due ambienti.
I boschi misti e le
siepi campestri costituiscono una fascia ricca di ospiti stabili e di
passaggio, egemonizzata dagli insetti, da molte specie di passeriformi
nidificanti, piccoli mammiferi come arvicole, topi selvatici e topi collo
giallo, moscardini, ghiri, oltre che anfibi come la raganella, la rana di
Lataste e la rana agile o i rospi comuni e smeraldini e rettili come
l’orbettino, il colubro liscio, il biacco, il ramarro, la lucertola muraiola.
La massa vegetale del bosco e della siepe, erbe arbusti ed alberi, costituisce
la risorsa attorno a cui si crea, si intreccia l’insieme delle relazioni
ecologiche che legano a questo biotopo una quantità enorme di specie animali.
In generale ciascuna specie vegetale può attirare ospiti particolari e si può
perciò affermare che più diversificata è la composizione di questo ambiente,
maggiore complessità specifica (biodiversità) avrà la comunità faunistica
presente nel biotopo.
Il primo livello di
una piramide alimentare, successivo alla base costituita dall’insieme di tutte
le risorse vegetali a disposizione, è occupato dalla massa degli erbivori e cioè
la quasi totalità degli invertebrati, oltre che alcuni uccelli e mammiferi. In
particolare è interessante suddividere questo livello in base allo specifico
regime alimentare, che è specializzato in mangiatori di fibre legnose,
mangiatori di nettare, succhiatori di liquidi organici zuccherini, defogliatori,
mangiatori di gemme e fiori, frutti … Al
secondo livello della piramide
alimentare si collocano i consumatori secondari, rappresentati dai carnivori,
dotati di efficaci strumenti di predazione (becchi, strutture dentarie e
apparati masticatori). La predazione è intensa in tutti gli strati della siepe
e del bosco misto a latifoglie, dal livello ipogeo (suolo, lettiera) a quello
arboreo. Il terzo livello è composto dai grandi predatori di piccoli
vertebrati, come gli uccelli rapaci, i serpenti, i mustelidi di taglia media
come la faina, i canidi come la volpe.
Le
distese di boschi di Faggio Fagus sylvatica popolano il piano montano a
partire dagli 800 metri circa. La faggeta è un bosco fitto ed ombroso durante
il periodo vegetativo, che ospita una flora specifica. Al Faggio infatti si può
accompagnare il Carpino nero, l’Olmo montano, l’Orniello ed il Tasso, il
Nocciolo, il Viburno e l’Evonimo tra gli arbusti. Le specie erbacee del
sottobosco e dei margini sono tipicamente precoci e anticipano il periodo
vegetativo del Faggio, che diminuisce la penetrazione della luce, un fattore
ambientale essenziale perché influenza la produttività degli organismi
vegetali: l’Anemone trifogliata, l’Acetosella, le dentarie, la Pervinca,
l’Elleboro... In alcuni versanti il Faggio si accompagna a specie arboree più
termofile come la Roverella, il Maggiociondolo.
Sul piano montano la
faggeta convive con boschi misti o con fustaie miste, dove può essere dominante
l’Abete rosso, diffuso perché i suoi ripopolamenti furono favoriti dopo la
prima guerra mondiale. La faggeta costituirebbe il tipo di vegetazione spontanea
nel piano montano, sviluppata all’inizio dell’Olocene, intorno agli 8000
anni fa, con l’innalzamento delle temperature e con l’aumento delle
precipitazioni. La faggeta poteva includere nell’associazione anche l’Abete
bianco.
In epoca storica, il
Faggio venne largamente sfruttato come legna da ardere ed è testimoniato un
forte depauperamento della specie all’inizio del 1900. Anche dopo gli eventi
bellici, che ebbero un forte impatto sugli ecosistemi forestali, i piani
silvocolturali favorirono un rapido ripopolamento dell’Abete rosso,
costituendo fustaie ancora oggi dominanti la montagna altopianese. L’attuale
gestione forestale tende invece a riqualificare il bosco originario, favorendo
il taglio dell’Abete rosso, lì dove le condizioni sono favorevoli alla
latifoglia.
Si
può ritenere, in base alle testimonianze archeologiche riferibili all’età
del Bronzo, che in epoca protostorica non vi fu un metodico ed intenso
sfruttamento delle risorse forestali. Invece a partire dall’età medievale
ebbe inizio l’attività agricola ed in particolare quella pastorile,
caratterizzata anche da una certa consistenza delle greggi. Gli effetti delle
pratiche agricole furono il disboscamento per il recupero dei pascoli,
utilizzabili durante la stagione estiva. In epoca storica l’utilizzo del bosco
aveva la finalità di fornire legna da ardere, soprattutto derivante da taglio
del Faggio, e produrre legname da opera per l’edilizia. Una parte ridotta del
legname, derivante dal taglio dell’alto fusto, poteva essere trasportata,
poiché le vie di trasporto che servivano il territorio altopianese erano assai
impervie, come le mulattiere accidentate, poco funzionali a grandi scambi
commerciali. Lo sfruttamento secolare ebbe come effetto l’arretramento della
faggeta a favore dell’Abete rosso, conifera più rustica ed adattabile.
La
prima Guerra Mondiale fece registrare un vasto sfruttamento delle risorse
forestali, con tagli determinati da opere di costruzione di sistemi di difesa e
infrastrutture come strade, teleferiche, baraccamenti, sostegni di gallerie e
trincee, oltre che dall’uso come combustibile delle piante resinose. I
prelievi avvennero in un primo momento sotto il controllo delle autorità
forestali. Nel dopoguerra, sulle superfici danneggiate (compresa un’epidemia
parassitaria verificatasi negli anni seguenti alla guerra) e disboscate e sulle
aree a pascolo abbandonate durante la guerra, vennero messi in atto interventi
di rimboschimento, che impiegavano soprattutto l’Abete rosso. I rimboschimenti
successivi al secondo conflitto mondiale aggiunsero all’impiego dell’Abete
rosso anche quello del Larice ed del Pino nero.
Il
bosco d’abete
Il
bosco ad aghifoglie è il tipo di ecosistema forestale più rappresentativo del
territorio dell’Altopiano. Queste formazioni boschive sono composte da Abete
rosso Picea excelsa, Abete bianco Abies alba in associazione anche
a latifoglie come il Faggio Fagus sylvatica. Le formazioni così composte
prendono il nome di abieteti e si insediano soprattutto su suoli calcarei, con
una certa profondità, anche se frequentemente caratterizzati da affioramenti
rocciosi (ad esempio dove si sono formati campi solcati, tipiche strutture
carsiche di superficie). In generale gli abieteti preferiscono i versanti
freschi. La diffusione e la distribuzione di questo tipo di bosco ha
un’origine climatica e storica.
Durante
il Tardiglaciale, alla fine cioè dell’Ultima Glaciazione (circa 15.000 anni
fa) si diffuse una flora di tipo microtermico, in aree prima occupate dai
ghiacci. Questa flora pioniera era caratterizzata prima da muschi, licheni e
poche specie erbacee, poi da Larici, Pini silvestri e latifoglie come la Betulla
ed i Salici, con portamento strisciante o prostrato, per adattarsi a condizioni
climatiche ancora periglaciali analoghe alla tundra. Alla fine del Tardiglaciale
l’associazione a Pino silvestre e Betulla riuscì a colonizzare il piano
montano. Intorno ai 10.000 anni fa, a causa dell’aumento delle temperature e
della progressiva maturazione dei suoli, questa associazione venne sostituita da
Abeti bianchi e Abeti rossi. Solo intorno ai 6000 anni fa, quando si verificò
un incremento delle precipitazioni, si costituì un’associazione stabile ad
Abete bianco e Faggio, accompagnati dall’Abete rosso. Intorno ai 3000 anni fa
le temperature si innalzarono ulteriormente e determinarono l’insediamento
della faggeta tra i 900 e i 1200 metri di altitudine. La formazione mista a
Faggio e Abete bianco si stabilì oltre i 1200 metri, mentre il Larice,
l’Abete rosso e il Pino mugo erano presenti oltre i 1500-1600 metri fino al
limite della vegetazione arborea, oppure nelle doline, nelle valli relativamente
più temperate rispetto alle aree d’alta montagna, che ospitavano la
vegetazione della tundra alpina.
I
risultati dell’esteso intervento di ripristino del bosco dei dopoguerra, sono
piantagioni d’età e maturità diverse, sedi di attività di laboratorio
didattico finalizzate alla valorizzazione di particelle forestali più i meno
recenti (70-80 anni fa oppure 30-40 anni fa), con presenze floristiche
specifiche.
Le
molteplici funzioni di protezione (protezione dei versanti dall’azione erosiva
delle acque di dilavamento superficiale) e di produzione che il bosco era ed è
chiamato ad assolvere, sono state ripristinate e mantenute tramite una gestione
che ha favorito prima il ripopolamento poi un’evoluzione naturale di questo
ecosistema. Per favorire la costituzione di boschi “maturi” ed efficienti
sotto il profilo ecologico, vengono rispettati i processi vitali naturali
(impollinazione, disseminazione, sviluppo), così da far coesistere piante
d’età e di specie diverse (Abete rosso, Abete bianco, Faggio) misto a
presenze accessorie come il Sorbo degli Uccellatori, i Salici e varie specie
arbustive che aumentano la biodiversità vegetale ed animale, a tutto vantaggio
del pregio ecologico e paesaggistico.
Il
pascolo prealpino e la pozza d’alpeggio
I
prati ed i pascoli, in genere considerati un’espressione naturale della
vegetazione montana, sono ambienti prodotti dalle pratiche agricole e in
particolare dall’allevamento. Le aree prative sono state mantenute grazie ai
disboscamenti, all’estirpazione delle ceppaie, al dissodamento del terreno,
alle concimazioni e al pascolo. Questo ecosistema, se non conservato, è
destinato ad essere colonizzato da arbusti, piante infestanti: questo stadio
precoce di colonizzazione pioniera del pascolo prelude alla riconquista da parte
del bosco.
Nei pascoli le specie
più diffuse sono Phleum pratense, Trifolium repens, Prunella
vulgaris, Cynosurus cristatus. Cardi, cirsi e carline caratterizzano
pascoli trascurati dalle cure colturali. I pascoli della zona montana più alta
sono caratterizzati da specie microtermiche come Poa alpina, Trifolium
nivale e Phleum alpinum. Se questi ambienti venissero abbandonati,
come già accade in alcune zone, si determinerebbe una ricostituzione o del
peccio-lariceto o delle mughete. La stabilità di questi spazi è perciò
affidata al pascolo ed agli sfalci periodici. Oltre al valore produttivo deve
essere data importanza al valore paesaggistico delle aree prative e a quello
naturalistico, per la presenza di specie vegetali come le orchidee, gli
asfodeli, i gilgli (Lilium bulbiferum e Lilium martagon), le
genziane (G. lutea, G. cruciata, G. clusii, G.
symphyandra), i ranuncoli (Trollius europaeus), i crochi e i narcisi,
le primule (P. farinosa).
Le pozze d’alpeggio
occupano le depressioni più o meno marcate del terreno e sono spesso opera di
interventi dell’uomo che per escavazione e ricoprimento e compattazione di
argille hanno creato bacini acquatici alimentati dalle acque piovane. In stadi
abbastanza evoluti la zona litorale della pozza può essere colonizzata da
vegetazione semiacquatica che forma una cintura di canne, giunchi e tife. Questa
fascia svolge una ruolo importante perché ospita numerosi invertebrati durante
i periodi riproduttivi, anelli intermedi essenziali di molte catene alimentari.
Per alcuni vertebrati possono rappresentare il luogo di deposizione privilegiato
delle uova (rane, rospi, tritoni, rettili come la biscia d’acqua e uccelli).
La pozza, in stadi di evoluzione avanzati costituisce un luogo dove si
concentrano numerose specie animali, trovando l’essenziale per il loro
nutrimento, visto che si tratta di un ecosistema molto produttivo.
Gli ambienti d’alta quota
Se
ci portiamo oltre i 1700-1800 metri s.l.m., le condizioni climatiche fanno sì
che il bosco perda la sua compattezza e lasci il posto gradualmente a formazioni
arboree più rade, fino ad arrivare a piccoli e sporadici nuclei ed a piante
isolate e contorte. Normalmente vengono adottati, ai fini didattici, schemi
sintetici con la suddivisione delle vegetazioni a fasce, all’aumentare della
altitudine. E’ un fenomeno intuitivo, di facile percezione perché inquadra in
modo preciso la successione altitudinale (che ricordiamo è analoga a quella
latitudinale). Al di sopra del limite della vegetazione arborea “dovremmo”
perciò incontrare la fascia di transizione degli arbusti, seguita da prati
alpini, fino agli orizzonti nivali, dove crescono muschi e licheni. Nel
territorio prealpino altopianese le
fasce si presentano più variabili.
Infatti le quote non elevate (poco più di 2300 metri) e la piovosità che
caratterizzano anche la zona “alta”, permettono l’insediamento di arbusti
pionieri (essenzialmente Mugo), fin sul ciglio settentrionale. Non possiamo
perciò parlare di fascia a prateria alpina ben distinta. Piuttosto si
rinvengono, nei microclimi adatti, stazioni frammentate di comunità erbacee, ad
esempio a carici, in mezzo alle mughete, o ai campi solcati o ai macereti.
Va esaminata la
capacità colonizzatrice del Pino mugo: esso si espande monotono, con
poche soluzioni di continuità, limitando sempre più il pascolo. I più recenti
piani di assestamento forestale prevedono il taglio controllato per restituire
spazio alla fauna di pregio, come i tetraonidi che richiedono aree aperte per le
arene di corteggiamento.
Gli
arbusti assumono forme nane, compatte, poco emergenti dal terreno, con radici
forti e foglie piccole, coriacee: strutture morfologiche di questo tipo si sono
evolute come forme ideali per opporsi ai rigidi climi delle grandi altezze, ai venti forti e freddi,
all’intensa radiazione ultravioletta, alla scarsità d’acqua del terreno
carsico. Tutti i fattori chimici e fisici evidenziati costituiscono fattori
limitanti per lo sviluppo della comunità vivente nelle aree rupestri come i
ghiaioni ed i macereti.
I licheni sono i
primi colonizzatori delle rocce. Si sviluppano assai lentamente e necessitano di
poca acqua. I muschi costituiscono cuscini capaci di infiltrare radici nelle
microfessure rocciose, e di trattenere l’acqua e la sostanza organica
necessaria a fungere da substrato. Tra la flora tipica che cresce nei ghiaioni e
nelle zolle “pioniere” di muschi e licheni, si incontra il Papavero retico, Linaria
alpina, Dryas octopetala, Globularia cordifolia, Potentilla
nitida, le sassifraghe, Raponzolo di roccia.
Il
Laboratorio Didattico Ambientale è una struttura articolata in un Museo
Naturalistico Didattico, attivo da pochi anni e dotato di
ricostruzioni di ambienti prealpini e di ricche collezioni di avifauna; un Museo
all’aperto della Grande Guerra in località M. Zebio; boschi
didattici, tra cui alcune particelle forestali in evoluzione naturale in
località Cloise, Manazzo e Portule, e centri malga.
Accanto alla tradizionale funzione di conservazione e di mostra permanente, non
mancano altri servizi come il centro di aggiornamento e di educazione
ambientale, attrezzato con i principali strumenti di laboratorio e campioni di
materiale che permettono di organizzare attività didattiche rivolte ai bambini
ed agli insegnanti.
Le proposte
didattiche consigliate
Lezione interattiva al Museo Naturalistico:
presenta il bosco misto, la faggeta, il bosco ad aghifoglie, il pascolo
prealpino e la pozza d’alpeggio, l’alta montagna
Laboratori di manualità, simulazione e sensoriali:
presentano l’ambiente montano come peculiare e prezioso per la storia, la
comunità montana, la scienza, propongono il bosco come tesoro da amare e
rispettare e fanno acquisire la capacità di orientarsi nello spazio, di usare
segni, simboli, codici di comunicazione diversi da quello verbale e visivo, per
completare la rappresentazione della realtà.
Escursioni in ambiente e laboratori di ricerca scientifica
(scienze
della terra, ecologia, biologia, storia e preistoria)
Educazione ambientale ed ecologia applicata con attività formative
di indagine volta a conoscere la qualità dell’ambiente, la gestione e la
conservazione dello stesso
Comune di
Asiago
Ufficio del
Turismo telefono 0424464081 fax 0424463885 asiagoturismo@comune.asiago.vi.it;
indirizzo internet: www.comune.asiago.vi.it/turismo.
Laboratorio
Didattico Ambientale telefono 0424460124 – fax 0424465600; lda@comune.asiago.vi.it;
indirizzo internet: www.comune.asiago.vi.it/lda.